Libertà e controinformazione, due elementi che hanno fatto la storia (bella) del Segno

December 15, 2016

LETTERA APERTA A SERGIO RASETTI PER SPIEGARE, QUALORA LO AVESSE DIMENTICATO, CIÓ CHE ERAVAMO E CIÓ CHE SIAMO

Sarà una lettera un po’ più lunga del solito ma 15 anni di attività editoriale è difficile relegarle in poche righe. Abbiate dunque la pazienza di arrivare fino alla fine.

 

Recentemente Sergio Rasetti, ex collaboratore del Segno, ha esternato le motivazioni della sua decisione di troncare bruscamente ogni rapporto con il giornale da me diretto. A parte gli aspetti di natura politica legati alla candidatura a sindaco di Crestini, su cui ritengo di non dover dire nulla visto che ognuno ha il pieno diritto di “sposare” il politico che vuole, c’è un aspetto che più di altri mi preme approfondire, che in fondo è l’accusa principale rivolta al sottoscritto da Rasetti: l’aver cambiato repentinamente linea editoriale per danneggiare,  a suo dire, l’elezione a sindaco di Crestini.

 

Un’accusa che respingo perché infondata e priva di argomentazioni valide.

 

Quanto affermato da Rasetti mi sorprende ancora di più perché ho capito che dopo sei anni di assidua frequentazione (Il Segno nasce del 2002, cioè molti anni prima dell’avvento di Rasetti), Sergio non ha proprio percepito il metodo da me utilizzato per dirigere Il Segno e, prima di questo, Il Roccheggiano, un periodico pubblicato a Rocca di Papa tra il 1989 e il 1991.

 

Allora ne approfitto per spiegarlo anche ai lettori, premettendo che se il sottoscritto avesse avuto altri interessi rispetto a quello esclusivo di dirigere un giornale, avrebbe potuto tranquillamente approfittare della candidatura di Crestini per trovare, come si usa dire in gergo politico-affaristico, un posto al sole. Senza che nessuno avrebbe potuto dire nulla visti i numerosi articoli scritti proprio dal sottoscritto sulle attività di Crestini quando ricopriva il ruolo di consigliere comunale d’opposizione.

 

Ho detto che Rasetti non ha capito nulla del mio modo di condurre Il Segno, perché non ha innanzitutto compreso una cosa molto semplice che sta alla base del mio essere giornalista:

 

criticare i politici, anche pesantemente, anche al limite della querela ma sempre con documenti alla mano, quando questi ricoprono ruoli di potere e non quando cadono in disgrazia.

 

A differenza della maggior parte dei commentatori che attaccano aspramente i politici solo quando questi perdono posizioni di potere perché, semplicemente, non servono più a garantire regali e prebende. Basta pensare a Pasquale Boccia, quelli che mi accusavano di criticarlo troppo, e troppo spesso, dicendo che ero mosso da pura cattiveria, dopo la vittoria di Crestini sono diventati i suoi più aspri critici, saltando subito sul carro del nuovo arrivato.

 

Caro Sergio, io sono fatto così e lo sono sempre stato, perché ritengo che sia un preciso dovere del giornalista quello di osservare i comportamenti dei politici, valutarne le decisioni e metterle in relazione con la realtà, sapendo che gli uomini arrivati al potere possono essere capaci di tutto, perché il potere crea un delirio di onnipotenza che va oltre il ruolo che si ricopre. Non tutti i politici cadono in questo tranello, è ovvio, ma Crestini non appartiene a questa ultima categoria, essendo un politico che vede nella gestione del potere la finalità stessa della politica. 

 

CAMBIANO I PROTAGONISTI MA LA STORIA SI RIPETE

La posizione e i giudizi di Rasetti oggi, sono identici a quelli espressi nel corso degli anni da altri nostri concittadini. Nel 1989 appena ventenne, come detto, dirigevo Il Roccheggiano, uno dei primi giornali d’informazione a distribuzione gratuita dei Castelli Romani. In uno dei miei editoriali, scrissi un articolo molto critico sul ruolo di un politico che allora era un “potente”, colui che controllava un partito delle dimensioni del partito comunista (che in quegli anni aveva un migliaio di iscritti a Rocca di Papa). Si trattava di Giancarlo Trombetta, di cui oggi sono fieramente amico. Espressi critiche molto severe sul suo modo di operare, e dopo quell’articolo (Sergio, ricordi che te ne diedi una copia?) furono molti gli insulti che ricevetti perché avevo osato criticare Trombetta quando era al massimo del suo potere politico. Salvo poi quegli stessi che mi apostrofavano con minacce, neanche tanto velate, nel momento in cui Trombetta perse la sua battaglia contro Ponzo, che poi divenne sindaco, li ritrovai proprio dalla parte del neo arrivato vincitore.

 

Accadde la stessa cosa quando Carlo Ponzo divenne l’uomo politico più influente di Rocca di Papa. Quando ritenevo che i suoi atti erano criticabili, lo scrivevo senza pormi troppi problemi perché il mio ruolo, ieri come oggi, è sempre stato quello di “cane da guardia del potere”, per usare un’espressione molto praticata nei Paesi anglosassoni per spiegare il lavoro del giornalista.

 

Poi è toccato a Pasquale Boccia, e anche a lui non ho risparmiato nulla, beccandomi minacce e “consigli” dai suoi fedelissimi, alcuni dei quali ora stanno con Crestini.

 

LA CONQUISTA DEL PALAZZO: ARRIVA CRESTINI

Quindi, caro Rasetti, perché adesso dovrei comportarmi diversamente con la conquista del Palazzo da parte di Emanuele Crestini? Ricordo che se Crestini è diventato sindaco il merito è essenzialmente del sottoscritto che ha fatto sapere ai cittadini quello che lui faceva da consigliere comunale. Avendolo visto crescere politicamente (permettetemi quest’espressione per me inconsueta, ma è una sintesi perfetta perché Crestini a Rocca di Papa, politicamente, davvero non lo conosceva nessuno) da lui mi aspettavo veramente quella rivoluzione, nei modi e nella gestione della cosa pubblica, annunciata per alcuni anni e a cui avevo riposto speranza. Ciò non toglie che avrei sempre continuato a esercitare il mio ruolo di “cane da guardia del potere”. E questo lo dissi anche a Crestini diversi mesi prima delle elezioni di giugno: se diventerai sindaco -gli spiegai- Il Segno non starà mai dalla tua parte perché stare dalla parte di chi dirige i giochi significa non vedere le cose che ci accadono intorno.

 

Caro Sergio, se dopo sei anni di intensa collaborazione, non hai capito il mio modo di intendere la professione del giornalista, o peggio, se pensavi che con Crestini al potere avrei finalmente dormito sonni tranquilli, sbagliavi in modo molto grossolano. In quindici anni di direzione del Segno non ho mai utilizzato questo giornale per ottenere un pur minimo privilegio, ma esclusivamente per informare i cittadini. Capisco che in un’epoca in cui quasi tutti, e non solo i politici, rincorrono privilegi e favori, questo mio atteggiamento possa sembrare bizzarro, di più: possa apparire addirittura falso.

 

SE NON TI ALLINEI IL POTERE TI CONSIDERA UN NEMICO

Per finire, ho sempre cercato di seguire un altro importante criterio nel dirigere il giornale, oltre a quello di non censurare mai le opinioni di qualcuno: non dare peso ai giudizi personali, anche gravi, che potevano essere detti nei confronti miei e del giornale stesso. Se fai il direttore di un organo d’informazione, e la tua unica linea è quella di controllare ciò che fa il potere, il minimo che ti puoi aspettare è che possano infangarti in ogni momento. Ma avendo io una grande considerazione dell’etica applicata a questa professione, di questi infangatori di professione, sempre pronti a cambiare leader e partito, me ne sono sempre fregato. Ieri come oggi. E quello che tu, Rasetti, scrivesti in uno dei tuoi primi articoli (maggio 2008: Informazione e libertà di stampa, che pubblico alla fine di questa lettera) resta valido sempre, in ogni epoca e chiunque sia al governo della nostra città. La libertà non si compra al mercato ma è una conquista che si rafforza ogni volta che si è disposti a non chinare la testa di fronte al potente di turno.

 

LA LEZIONE DEI MAESTRI: FERRUCCIO DE BORTOLI

Concludo queste mie riflessioni, riportando di seguito alcune linee guida scritte da un giornalista dello spessore di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, che per me rappresentano un punto di riferimento insostituibile:

 

«Penso che il giornalista debba fare il proprio mestiere, cercare di farlo il meglio possibile. Mentre da noi c’è sempre una visione un po’ amicale del rapporto tra giornalista e politico. Ci si dà troppo spesso del tu, si va a cena.

Ho capito che bisogna essere un po’ più rigidi, altrimenti la tua fonte pensa che tu non abbia regole. Io non chiedo a un imprenditore o a un finanziere di non fare il suo mestiere. Non vedo perché loro debbano chiedere a me di non fare il giornalista.

Il giornalismo, quando è temuto è autorevole, quando è indipendente si fa rispettare. Nel momento in cui accetti una mediazione o un compromesso, è la linea dalla quale non torni più indietro.

Il giornalismo deve nutrire l’opinione pubblica di verità, non sempre piacevoli. Deve far ragionare, mettere la classe dirigente nella condizione di valutare le priorità. Deve esercitare una pressione che induce a prendere decisioni, a tendere al meglio, a valutare molti aspetti di ogni singola questione. Dove non c’è opposizione, dove non c’è il controllo democratico da parte di giornali che sono i cani da guardia del potere, è chiaro che il potere non si comporta bene. Il potere tende a prendere pessime abitudini che fanno male alla democrazia.

Uno dei difetti principali del giornalismo odierno è quello di essere parte della scena che deve descrivere.

Se fai questo mestiere, come dovrebbe essere anche per i magistrati, non devi avere né amici né sentimenti. Devi dire crudamente quello che succede e devi porti delle domande, essere inopportuno e temuto. Solo così il giornalista ha un ruolo. Perché il grande giornalismo anglosassone, quello vero, magari dice sì alla guerra, però poi non diventa il gazzettiere delle forze armate. Mentre qui abbiamo molti colleghi che sono, anche inconsapevolmente, "embedded"».

 

INFORMAZIONE E LIBERTÀ DI STAMPA

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Andrea Sebastianelli
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