Alla scoperta di Cabum da Mommsen ad Arietti: l’affascinante ricerca archeologica che ha cambiato la storia dei Colli Albani

Grazie all’opera incessante dell’archeologo Franco Arietti, recentemente (anche sulle pagine della versione cartacea di questo giornale) è stata riproposta la questione dell’antichissima città di Cabum. Mi pare quindi utile ricostruire le tappe della ricerca storico-archeologica che hanno portato a posizionare Cabum nel territorio di Rocca di Papa.

 

LE ORIGINI DELLE RICERCHE

Il tutto nasce grazie a una intuizione dello studioso tedesco Theodor Mommsen (1817-1903) il quale nel 1861 sulle pagine del Bullettino dell’Instituto di corrispondenza archeologica (pagine da 205 a 207), pubblica una breve nota dal titolo «Sul sacerdos Cabesis». In realtà bisogna fare un passo indietro di nove anni (1852), quando il filosofo Albert Bormann (1819-1882) pubblica l’«Altlatinische Chorographie», un commentario di iscrizioni latine. A pagina 146 viene riprodotta un’iscrizione in cui per la prima volta appare la dicitura «Sacerdotis Cabesis Montis Albani» (foto n. 1). L’iscrizione (conservata presso il museo Massimo di Roma) viene però bollata dal Bormann come “invenzione Ligoriana”, cioè priva di attendibilità.

 

 

A riprodurla nuovamente ci pensa quattro anni dopo (1856) un altro tedesco, Guglielmo Henzen (1816-1887), particolarmente interessato alle antichità delle nostre zone, il quale pubblica un lavoro dal titolo «Romanae Antiquitatis», una collezione di iscrizioni latine tra cui, a pagina 191, proprio la n. 6013 sui «Sacerdotis Cabesis Montis Albani» a cui dà l’interpretazione di un sacerdozio misterioso e quindi di difficile interpretazione.

 

LA SVOLTA DEL MOMMSEN

Sarà solo nel 1861, grazie al Mommsen, che l’iscrizione inizierà davvero a “parlare”. Inizialmente lo studioso si concentra sulla parola «Cabesis» chiarendo che «quell’epiteto terminante in esis (ensis è un’estensione verbale locale, n.d.d.) vuol essere classificato coi sacerdozi laurenti-lavinati, ceninensi, albani, tuscolani, spettanti tutti ai villaggi prossimi a Roma, tutti forse appartenenti una volta alla lega albana». Poi Mommsen entra nel vivo della sua interpretazione ed è qui che illumina in modo nuovo l’argomento che ci interessa, l'esistenza della città di Cabum, rilevando che questo stesso luogo «trovasi mentovato da Plinio (detto il vecchio, n.d.d.), forse anche da Dionigi». Il riferimento è all’elenco dei popoli che abitavano l’antico Lazio, tra cui il geografo e naturalista romano (vissuto fra il 23 e il 79 d.C.) colloca anche quello dei «Cabienses in monte Albano». A ulteriore conferma della sua intuizione, il grande studioso tedesco (ah quanta sapienza dobbiamo noi italioti agli studi condotti dai germanici!) tira in ballo anche il retore greco Dionigi di Alicarnasso (vissuto dal 60 a.C. al 7 a.C.) che nel famoso elenco dei trenta popoli della confederazione latina inserisce anche quello dei Cabani. Precisa ancora il Mommsen: «Del resto dal confronto della lapide (la famosa iscrizione, n.d.d.) e di Plinio è chiaro essere stato quell’oppido Cabum o Caba nell’istesso monte Albano […] e che l’odierna appellazione di monte Cavi o Cavo non può più dedursi dalla concavità che si presenta nella cima di esso, ma anzi dalla città antica».

 

Esiste anche una seconda iscrizione portata a ennesima prova dal Mommsen a sostegno della sua tesi ma, essendo più dubbia nella ricostruzione interpretativa, necessiterebbe di un articolo a parte e chissà che in futuro non lo faccia. Fatto sta che la breve comunicazione pubblicata nel 1861 avrebbe cambiato il corso delle nostre conoscenze su uno degli aspetti più appassionanti dell’archeologia e della storia Albana.

 

LE RICERCHE DI GIOVANNI BATTISTA DE ROSSI

Il primo a comprendere l’importanza della scoperta del Mommsen fu Giovanni Battista De Rossi (1822-1894) fratello di quel conte Michele Stefano che visse e morì a Rocca di Papa nel 1898 dopo aver fatto tra le più importanti scoperte archeologiche e scientifiche del suo tempo. Sul Bullettino dell’Instituto di corrispondenza archeologica del 1871, il commendator Giovanni Battista fa riferimento proprio alla «scoperta fatta dal Mommsen d’una antica città appellata Cabum, donde gli abitanti Cabenses, sull’alto del monte Albano». E qui il De Rossi dà prova della sua grande conoscenza etno-archeologica e linguistica, spiegando che «La voce Cabum, equivalente al latino cavum, riproduce esattamente il greco χάβσς e l’ebraico Kab, significanti vaso concavo, cratere. È chiaro -conclude il De Rossi- che alla concavità del cratere albano allude l’antichissimo nome della città appellato Cabum».

 

Anche se apparentemente dice una cosa che sembra contraddire il Mommsen, secondo cui l’appellativo Cavo deriva dal nome dell’antica città e non dalla forma del cratere, il De Rossi conferma pienamente la teoria dello studioso tedesco, poiché il monte Cavo prese tale nome dalla città che nei pressi vi sorgeva (Cabum), ma a sua volta la città prese il nome dalla forma del cratere.

 

L'ALBO DEI SACERDOTI CABENSIS

Tre anni dopo (1874) sempre Giovanni Battista De Rossi pubblica un libro dal titolo «Ricerche archeologiche e topografiche nel monte Albano e nel territorio tusculano» in cui (pagine 168-170) riprende l’argomento di Cabum e dei Cabenses, aggiungendo un altro elemento molto interessante: l’albo dei sacerdotes Cabenses. Questo a dimostrazione dell'importanza di chi espletava le funzioni sacre sul mons Albanus. «L’odierno nome di Monte Cavo dunque è antichissimo vocabolo: sull’alto del monte Albano […] abitarono i Cabani o Cabenses; e di questo antico popolo poi scomparso rimase nel tempio di Giove il sacerdozio». Il De Rossi a sostegno di questa ricostruzione cita il ritrovamento sulla vetta, tra i frammenti dei fasti delle ferie latine, di una base in pietra «dedicata a Tacito Augusto dai Cabenses sacerdotes feriarum latinarum montis Albani». Questo ci dice anche un'altra cosa: che l'attività dei sacerdoti Cabensi è durata molto tempo, diventando uno dei punti fermi della tradizione prima latina e poi romana.

 

MA DOVE SI TROVAVA CABUM?

Dopo aver districato la complessa matassa sulla scoperta letteraria di Cabum resta da districare l’altra matassa: dove si trovava Cabum? Sulla cima di monte Cavo? A Prato Fabio? Sulla Fortezza? Ai Campi d’Annibale? E qui emerge l’obiettivo che vecchi e moderni studiosi di storia e archeologia, mossi da identica passione, si sono dati: dare un luogo esatto al villaggio di Cabum, unitamente all’altra grande città di Alba Longa.

 

Il primo a provarci fu proprio Giovanni Battista De Rossi con l’aiuto del fratello Michele Stefano. «In un taglio delle macchie che cingono i prati oggi detti d’Annibale, presso il margine del cratere è stato testé visto e in parte demolito un tratto di antica cerchia di mura di grandi massi quadrilunghi di pietra locale, e ne è stata ravvisata l’interruzione ed il vano della porta». La descrizione ci fa pensare ai grandi blocchi che ancora oggi si trovano sulla vetta di monte Cavo realizzati in pietra sperone, pietra tipica dei nostri luoghi. Alcune di queste pietre lavorate, fregi decorativi del tempio, sono oggi conservate presso il museo delle navi di Nemi. Per individuare il luogo esatto, Giovanni Battista cita il fratello: «Il mio fratello Michele Stefano ha rinvenuto un arcaico loculo quadrato, che racchiudeva parecchi vasi d’etrusca officina simili a quelli […] trovati nelle terre circostanti e nella valle Marciana (zona di Grottaferrata dove in epoca pre-romana c'era anche un lago, n.d.d.). Entro il loculo erano separatamente riposte ossa ambuste di animali da un lato e ceneri umane dall’altro. Che cotesto sepolcro non sia un fatto isolato ma indizio di antichissima necropoli in quell’altura, lo comprova una rozzissima stele di pietra locale precipitata dalle sponde dei prati di Annibale. È di forma conica sopra base elissoidale, senza epigrafe, tipo quelle delle necropoli prenestina e ceretana. In quella medesima sponda, ove giaceva la stele -scrive ancora il De Rossi- è stato raccolto un frammento di vaso di famiglia arcaica laziale; e in tutto il tratto dei prati un numero d’armi in pietra, molte neolitiche, con un’ascia bellissima di giadeite e con relitti ed indizi certi di officina di utensili di pietra, del tutto estranea alle rocce del Monte Albano». Il cimitero di Cabum, dunque, stando ai fratelli De Rossi, si trovava in qualche punto dei Campi d’Annibale mentre resta ignoto il luogo esatto del villaggio.

 

LE RICERCHE MODERNE

Anche Franco Arietti sta approfondendo la questione con grande caparbietà dando sfogo a tutta la sua conoscenza ed esperienza, e ritiene che «le case dei Cabensi di Tremila anni fa sono state identificate presso la vetta di monte Cavo, sul lato dei Campi d’Annibale». Alcuni archeologi dei Castelli Romani invece, hanno trattato Cabum in modo piuttosto marginale. È il caso di Riccardo Bellucci autore del libro “Alba Longa, studi e ricerche sull’ubicazione della madre di Roma” pubblicato nel 2015. In questo studio Bellucci liquida un po’ superficialmente la questione di Cabum, convinto (a differenza del Mommsen e del De Rossi) che «il Monte Cavo abbia dato il nome alla città latina Cabum, poiché esso era un’antichissima miniera» demolendo con poche e spicciole argomentazioni le interpretazioni partite con l’intuizione del grande studioso tedesco.

 

Quest’affermazione di Bellucci mi ha fatto tornare alla mente un bell’articolo di Gianfranco Botti pubblicato sul numero di dicembre 2009 del Segno. In quest’articolo Botti completa in modo pressoché perfetto le intuizioni a cui era pervenuto nel 1861 il Mommsen. Scrive Gianfranco: «Via delle Cave, dove Cave manco per niente indica luoghi dove si estraggono materiali, sta -appunto- per Cabum, ed è la via che ad esso portava». Se così fosse Cabum si troverebbe sull’attuale Fortezza (ipotesi che mi affascina molto) o in qualche punto dei Campi d'Annibale. Ma Botti va oltre: «Ecco Vicolo delle Cave, che inerpicandosi era u viuzziellu sfociante nella via principale».

 

LE FAMOSE 'ROTTE 'E CAVE

Ecco la parte dell'articolo di Gianfranco Botti che rappresenta una seconda intuizione dopo quella del Mommsen: «Rotte ‘e Cave (=grotte di pertinenza di Cabum), località appartata, senza risalto archeologico, né turistico né giornalistico, nota solo ai locali, solo da loro praticata, solo da loro nominata. Proprio per questo -conclude Botti- con denominazione vergine a noi da secoli arrivata. Non corrotta da quanti, avendo studi classici in gioventù, vollero apparir belli sopraffacendo la storia. Quelli che hanno strapazzato Monte ‘e Cave (o Monte ‘e Cava) in uno squallido, anticulturale, spelacchiato Monte Cavo». Queste conclusioni dell’amico Gianfranco, a cui prima o poi Rocca di Papa dovrà pur manifestare un briciolo di riconoscenza per aver scritto delle pagine memorabili di storia locale, mi hanno sempre fatto pensare a quel piccolo monte che stà sulle Rotte ‘e Cave e che porta un nome ambizioso e affascinante insieme: Monte Ara.

 

Botti insomma demolisce la tesi di Bellucci il quale, dovendo dimostrare che l’antico mons Albanus non corrisponde all’attuale monte Cavo ma all’Artemisio, ha la necessità di dimostrare che in realtà monte Cavo era appunto patria di un’altra città, più antica di Alba ma meno importante, Cabum appunto. Tesi affascinante e che, lo ammetto, ha aperto una breccia nelle mie convinzioni e forse proprio per questo, dovendo rimettere tutto in gioco, ho voluto togliere dalla polvere un vecchio scatolone di ricerche sulla storia Albana dei tempi universitari tutto dedicato a Cabum e ad Alba Longa. Sarà anche per questo che attendo con ansia che Franco Arietti pubblichi il suo libro sull’ubicazione di Alba Longa in contrapposizione a quello già pubblicato da Riccardo Bellucci. Già sto pregustando un confronto pubblico tra i due studiosi per il quale, più modestamente, già mi propongo come arbitro imparziale.  

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