Lo sberleffo di Dessì al Segno: «È un giornaletto». Caro senatore, ecco perché si sbaglia di grosso

October 4, 2018

A margine della notizia sulla delibera di Crestini che chiede agli uffici comunali di predisporre gli atti per dare finalmente applicazione all’abbattimento delle antenne di monte Cavo, il senatore dei 5 Stelle Dessì si è lasciato andare a giudizi poco lusinghieri sul nostro mensile, Il Segno, chiamandolo “giornaletto”. Niente di male, sia chiaro. La critica si deve sempre accettare e lungi da me bilanciare quest’opinione legittima con altrettanta boria comunicativa. Io personalmente valuto l’operato dei politici in base al loro impegno istituzionale e devo dire che fino a oggi Dessì è stato un senatore molto attivo e presente. Da cittadino, quindi, mi ritengo soddisfatto. Quando ci furono polemiche per l’affitto pagato da Dessì per una casa popolare a Frascati e per una foto con uno degli Spada, lo difesi perché l’affitto rispettava le regole e una foto scattata dentro una palestra non diceva nulla. Chiunque avrebbe potuto posare con uno degli Spada che fino a quel momento non mi pare fosse noto all’autorità giudiziaria. Almeno non pubblicamente.

 

Lo sberleffo di Dessì al Segno, però, mi permette di spiegare a chi del Segno non sa nulla o quasi, che cos’è questo giornale. Da 17 anni, piaccia o no, Il Segno rappresenta un baluardo della libertà d’informazione indipendente. Abbiamo stampato oltre 150 numeri cartacei del giornale che oggi rappresentano la storia di un sano e coraggioso giornalismo locale. Un giornale mai asservito al potere di turno, né al leader di turno, né ai potentati economici. Il Segno nacque durante il governo Berlusconi, con la motivazione che il berlusconismo andasse combattuto partendo dal territorio. Con questa motivazione, in cinque, lo fondammo: io, Daniela Di Rosa, Alessandro Tabellione, Vittorio Maccari e il compianto Enrico Casciotti. Da quel 2002 abbiamo conservato la stessa integrità morale e deontologica: mai preso soldi pubblici, mai preso soldi dai politici. Il Segno vive grazie alla pubblicità dei piccoli negozi e artigiani di Rocca di Papa (uno spazio costa circa 30 euro: basta contare le pubblicità su ogni numero per comprendere come il denaro incassato serva soltanto per pagare la tipografia). Poi ci sono i contributi di singoli cittadini che vanno dai 5 ai 10 euro. Annualmente un paio di cittadini versano 50 euro. Questo è possibile per due motivi: il primo è che la proprietà del giornale è di Daniela Di Rosa (che è anche mia moglie visto che Dessì sembra aver scoperto l'acqua calda) e quindi non ci sono costi da sostenere (a parte quelli per curare gli aspetti fiscali: circa 80 euro mensili). Il secondo motivo è che il sottoscritto, in quanto direttore, non ha mai percepito un centesimo per quest’attività che prefigura molte responsabilità dal punto di vista penale. Come tutti gli altri collaboratori volontari del giornale che nel corso degli anni si sono susseguiti. Certo, non essere in mano alla politica ha anche il suo prezzo da pagare. Qualche volta non riusciamo a stampare il numero e allora eccoci costretti a saltare un mese, anche due o più. Ma pazienza, è appunto il prezzo della nostra libertà.

 

La nostra longevità editoriale, dunque, è solo frutto di impegno e passione. Null’altro. Sappiamo che alcuni politici millantano di averci pagato o, peggio, di essere stati i veri proprietari del giornale. Ma, appunto, sono millanterie prive di fondamento che qualificano solo la pochezza e la falsità di chi le dice. È vero che in questi 17 anni un po’ tutti i partiti hanno cercato di comprarci, di "entrare nel Segno". Ma, grazie a Daniela e alla linea editoriale chiara e trasparente, hanno sempre trovato le porte sbarrate. I politici, d’altronde, non ci hanno mai amato. Ieri come oggi. Non ci amano proprio perché ci sentiamo liberi di esprimere le nostre idee che quasi sempre non tengono conto degli interessi dei partiti e dei politici.

 

Quando abbiamo una notizia non ci chiediamo se danneggia questo o quel partito, questo o quel politico, ci chiediamo solo se la notizia sia vera o falsa. Se è vera la pubblichiamo, se è falsa la cestiniamo. Questa è la sola regola che abbiamo. La seconda è che chi scrive sul Segno non deve ricoprire ruoli politici. Se un politico scrive una lettera, ovviamente la pubblichiamo, ma sempre con la dicitura “Riceviamo e volentieri pubblichiamo”, perché i cittadini hanno il diritto di sapere se chi scrive è portatore di interessi di parte.

 

Non entro nel merito delle inchieste e degli approfondimenti che Il Segno, da 17 anni, pubblica. Chi ci segue le conosce, chi è curioso può consultare l’archivio del nostro giornale su questo setsso sito (ilsegnonews.com). Posso però dire che le nostre inchieste, frutto di lavoro giornalistico costante (alcune hanno richiesto mesi di lavoro e di incrocio di dati) hanno sempre creato scossoni nei palazzi del potere locale. Inchieste che ci hanno causato anche querele che, per lo più, sono sempre state archiviate. Al momento di querele ancora attive ne abbiamo tre o quattro a fronte di una quindicina ricevute e archiviate.

 

Non entro neanche nel merito delle battaglie contro i ripetitori radio-tv di monte Cavo, perché è sufficiente sfogliare 17 anni di giornale (più altri 3 de Il Roccheggiano, fondato dal sottoscritto a 18 anni) per capire che Il Segno è stato l’unico giornale a portare alla luce ogni ombra legata alle antenne. Pensi un po' Dessì, la mia prima petizione la organizzai a 19 anni! Non solo, qualche anno fa sono stato l'unico cittadino di Rocca di Papa a presentare una denuncia alla Procura della Repubblica di Velletri nei confronti dell'azienda che gestisce l'area su cui si trovano i tralicci radio-tv di monte Cavo, firmandola DA SOLO. E sà com'è finita? Che l'azienda è stata condannata! Il Segno (compreso il sottoscritto) non deve certo dimostrare a lei il suo impegno civile contro il business delle onde elettromagnetiche che ha danneggiato il paesaggio, l'ambiente e la salute dei roccheggiani.

 

Il Segno poi, in questi 17 anni, non si è limitato a fare solo informazione ma ha creato anche una classe di giornalisti. Questo perché, da direttore responsabile, ritengo che il ruolo di un giornale debba essere anche quello di formare. E, nel nostro piccolo, abbiamo permesso a 8 giovani (roccheggiani e non) di diventare giornalisti avviandoli alla professione. Anche questa, per me, è una grande soddisfazione.

 

Quello che mi sorprende, quindi, nel giudizio sprezzante del senatore Dessì nei nostri riguardi, è che ha detto le stesse cose che dicono i politici di professione. “Giornaletto” è una parola usata da tutti i politici di Rocca di Papa per denigrarci. Siamo abituali a ricevere offese. Daniela Di Rosa è più abituata di me visto che consiglieri di maggioranza e di opposizione la chiamano sempre più spesso con l’epiteto “giornalara”, credendo di offenderla. Ma anche questo non aggiunge nulla di nuovo. Giornalara è il termine che i criminali usano spesso nei riguardi dei giornalisti. E qui devo continuare questa riflessione (mi scuso per la lunghezza ma certi temi non si possono lasciar passare come niente fosse), parlando dell’essere giornalisti. Il senatore Dessì, a giustificazione del fatto che Il Segno sarebbe un giornaletto, ha detto che lo è perché Daniela è mia moglie e perché non è giornalista. Come a dire: sul Segno scrivono anche non-giornalisti e quindi è un giornaletto. Questo purtroppo denota la scarsa cultura Costituzionale di Dessì, perché altrimenti capirebbe che l’art. 21 dà a tutti, non solo ai giornalisti, il diritto si scrivere. Anche sui giornali. Voglio rivelare una notizia al senatore pentastellato: molti articoli del Fatto Quotidiano, di Repubblica, del Corriere della Sera, non sono scritti da giornalisti ma da opinionisti non iscritti all’albo, ma nessuno si azzarderebbe per questo di denigrare quei quotidiani. Anzi, dare spazio alle idee prima ancora che agli appartenenti a un Ordine professionale, è un fondamento della democrazia.

 

Lo sprezzo di Dessì nei nostri riguardi devo dire che mi ha molto sorpreso, visto che solo a marzo 2018 il metup di Rocca di Papa dei cittadini a 5 stelle, così scriveva del nostro lavoro: "Un ringraziamento particolare al periodico Il Segno, unico vero strumento d'informazione indipendente del nostro territorio [...] Un plauso ad Andrea Sebastianelli, il quale sorretto da piccoli finanziatori (senza nascondere niente ai lettori, al diritto a essere informati in modo corretto e senza censure), continua a dettagliarci la triste panoramica roccheggiana da circa un ventennio". Che cosa sia cambiato da marzo 2018 a oggi è un mistero. Ma la politica è fondata sui misteri.

 

Infine, un’altra giustificazione al fatto che Il Segno è un giornaletto, secondo il senatore Dessì, sarebbe che il sottoscritto lavora per Lazio Ambiente, società regionale che si occupa di rifiuti e che ha sede a Colleferro. O meglio, Dessì ha detto che Sebastianelli scrive comunicati per Lazio Ambiente. È vero, mi capita di scrivere comunicati stampa per la mia azienda, di predisporre la rassegna stampa quotidiana. Mi è capitato anche di lavorare su progetti di tipo ambientale per le scuole del territorio (l’ultimo sull’economia circolare) ma in azienda mi occupo d’altro e l’attività comunicativa è solo marginale.  Ma questo, gentile Dessì, che c’entra con Il Segno? Sinceramente non l’ho capito. Io lavoro a Colleferro mentre sul Segno mi occupo di Rocca di Papa e dintorni. Dove starebbe il problema o il conflitto d’interessi? Io comprendo che i politici sono sempre più interessati a coltivare il proprio orticello di consenso (ma Renzi ha dimostrato che il consenso non è mai cosa sicura) che osservare davvero ciò che accade nei territori. Però, caro senatore, le assicuro che Il Segno, con tutti i suoi limiti, resta un baluardo della libertà d’espressione e del diritto dei cittadini a essere informati in modo corretto, che le possa piacere o no.

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