LE PRIMARIE PD IN TRE «CASI» - La vittoria di Pirro della Sciamplicotti, la vittoria (vera) di Maria Chiara Cecilia e il doppio gioco di Crestini

December 6, 2018

 

Le primarie per eleggere il segretario del partito democratico del Lazio hanno decretato la vittoria del senatore castellano Bruno Astorre. A Rocca di Papa i 371 cittadini andati a votare hanno praticamente diviso a metà le loro preferenze fra lo stesso Astorre (183 voti - 49,33%) e il deputato romano Claudio Mancini (186 voti - 50,13%). Al terzo sfidante (Alemanni) sono andati 2 voti (0,54%).

 

IL CASO SCIAMPLICOTTI

A vincere la sfida locale è stato dunque Claudio Mancini (renziano doc) che a Rocca di Papa era rappresentato dalla consigliera comunale Silvia Sciamplicotti (che non ci risulta sia mai stata renziana). Un risultato che ha fatto gridare qualcuno addirittura al trionfo. Scopo di chi sostiene un candidato alla segreteria regionale, infatti, è quello di essere eletto all’Assemblea regionale del partito. Obiettivo fallito dalla Sciamplicotti visto che se riuscirà ad entrare nel parlamentino del Pd laziale sarà solo grazie al passo indietro che farà la consigliera regionale Eleonora Mattia, eletta a occupare l'unico seggio conquistato. La Sciamplicotti si è piazzata terza, per cui dovrebbe essere il secondo a subentrare ma per la questione delle quote-rosa sembra che spetti proprio alla consigliera roccheggiana tale premio.

 

Una vittoria di Pirro dunque, più che un trionfo. Anche perché a supporto di questa lista c’era quasi l’intera segreteria del Pd di Rocca di Papa a cominciare dal segretario Massimo Litta, oltre a Maurizio De Santis (ex assessore nelle varie giunte Ponzo-Boccia) e renziano della prima ora (bisogna dargliene atto). I 180 voti raccolti intorno alla Sciamplicotti appaiono l’ultimo colpo di coda di una classe politica che ha capito di essere arrivata a fine corsa dopo aver ricoperto per oltre dieci anni ruoli di primo piano nella giunta di Rocca di Papa con risultati modesti. E la scelta della Sciamplicotti di sostenere il renziano Mancini potrebbe essere stata dettata non tanto da una convinzione politica ma dall’aver voluto prendere le distanze da esponenti ex Pd come Boccia-Ponzo-Querini vicini a Bruno Astorre e in procinto di rientrare nel partito di Zingaretti.

 

La mossa della Sciamplicotti (appoggiare una lista vicina a Renzi) potrebbe anche significare l’adesione alla nuova formazione politica di cui si parla insistentemente in questi giorni. 

 

IL CASO CRESTINI

Le vere sorprese di queste primarie locali, invece, arrivano proprio dalle due maggiori liste collegate a Bruno Astorre (Zingaretti). La prima sorpresa è in realtà una conferma: l’abbraccio del sindaco di Rocca di Papa fa perdere voti. La lista “cambiamo per Bruno Astorre”, che ha ottenuto 71 preferenze (19,14%), era infatti quella sostenuta da Crestini. Una débâcle totale: a farne le spese per l’annunciato appoggio di Crestini è stata la candidata Linda Boccanera che, infatti, non è riuscita ad entrare all’assemblea regionale Pd. Ma i voti presi da questa lista sono effettivamente sospetti: troppo pochi per essere veri.

 

È dunque plausibile ritenere che Crestini abbia giocato la sua solita partita. Creare confusione: fa trapelare il suo sostegno alla lista di Boccanera per Bruno Astorre, ma in realtà appoggia quella della Sciamplicotti (e il risultato lo sta a dimostrare). Il motivo appare quasi ovvio: non potendo più entrare nel Pd (dopo averci provato con Forza Italia e Lega) gli rimane solo il nuovo partito di Renzi. Strategia favorita dallo stesso Maurizio De Santis e dal segretario Litta che da tempo hanno stretto un’alleanza con Crestini.

 

Resta da capire che cosa farà Paolo Toppi che, da esponente Pd frascatano, aveva trovato a Rocca di Papa il luogo ideale per le sue fantasiose sperimentazioni politiche pro-Crestini.

 

IL CASO CECILIA

La seconda sorpresa (e anche la vera notizia delle primarie locali) è il successo personale di Maria Chiara Cecilia, l’unica delle tre candidate di Rocca di Papa ad essere stata eletta dai cittadini, senza scorciatoie,  per l’assemblea regionale, essendosi classificata al secondo posto (dietro il consigliere regionale Lena) nella lista “Roma e provincia”. Il suo successo è ancora più forte perché la Cecilia è stata l’unica dirigente roccheggiana del Pd a dimettersi in aperto contrasto con il segretario Litta, reo di non fare opposizione all’amministrazione Crestini. Di questi tempi trovare qualcuno che rinuncia a una poltrona (seppur piccola come quella di dirigente Pd) è quasi impossibile ma la Cecilia l’ha fatto. Tanto di cappello.

 

I 100 voti raccolti dalla sua lista, dunque, dicono che nel partito a livello locale sta nascendo un fronte alternativo al neo-quadrunvirato De Santis-Litta-Sciamplicotti-Toppi. Quadrunvirato che, a un certo punto, ha deciso che il Pd dovesse allearsi con Crestini malgrado lo stesso Crestini avesse vinto il ballottaggio proprio contro il Pd (e contro la Sciamplicotti).

 

CONCLUSIONI

Se a questo punto dell’articolo avete le idee confuse è normale: un partito confuso, dalla linea confusa, dai dirigenti confusi e dagli elettori ancora più confusi non può che apparire confuso. Alle primarie del dicembre 2012 andarono a votare 761 roccheggiani; l’anno seguente (2013) vi parteciparono in 652. Oggi siamo a 371. Che altro segnale serve per comprendere che il partito così come è stato gestito negli ultimi anni è destinato solo a fare da comparsa?

 

 

 

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