Il direttivo del Pd si auto-sfiducia disertando le primarie cittadine: non hanno votato 9 dirigenti su 12 (diserta anche la Sciamplicotti). Si va verso il commissariamento?

January 25, 2019

Il partito democratico riparte dalla sfida tra il presidente della Regione Lazio, Zingaretti, il segretario uscente, Martina, e il candidato dei renziani, Giachetti. Una corsa a tre per quello che dovrebbe essere il nuovo Pd in grado di raccogliere le istanze di quello che una volta si chiamava “popolo della sinistra”. Questa sfida a tre è passata attraverso il voto degli iscritti e ogni singola sezione ha chiamato a raccolta i propri militanti. I risultati in generale hanno visto il crollo dei partecipanti. Dato confermato anche ai Castelli Romani.

 

Domenica 20 gennaio si è votato a Rocca di Papa e il risultato è stata una schiacciante vittoria di Zingaretti (86,9%), seguito da Martina (8,7%) e da Giachetti (4,3%). Analizzando la votazione, però, emergono una serie di informazioni che testimoniano un dato inequivocabile: il partito è sulla strada dell’estrema unzione. Solo un medico taumaturgo potrebbe rimetterlo in salute.

 

Ecco i dati su cui ragionare.

 

Su 139 iscritti si sono recati a votare in 69 (cioè il 49,6%). Questo vuol dire che il Pd deve ripartire da questi 69 per rimettere in piedi un progetto credibile in grado di riprendersi un ruolo riconosciuto e riconoscibile nel paese che, fino a una decina di anni fa, era considerato una roccaforte della sinistra. Se la débâcle non c’è stata del tutto è sicuramente grazie a Maria Chiara Cecilia che, avendo rappresentato una delle pochissime voci del Pd critiche rispetto all’operato del sindaco Crestini, ha saputo raccogliere intorno a se le ultime speranze degli iscritti. Di questi 69 voti, 60 sono andati a Zingaretti, 6 a Martina e 3 a Giachetti. La Cecilia (che già un mese fa aveva sostenuto localmente l’elezione di Bruno Astorre a segretario regionale del partito) ha costretto a tornare sui loro passi anche il duo granitico Massimo & Maurizio (alias segretario locale e ideologo) che hanno abbandonato Matteo Renzi al suo destino abbracciando Zingaretti.

 

Nell’ambito dei paesi dei Castelli Romani, Rocca di Papa si colloca nella colonna dei partiti in difficoltà (sotto il 50%), a differenza di quelli che hanno comunque dimostrato un maggiore attaccamento al destino del partito come Castel Gandolfo (votanti: 80,7%), Nemi (79,2%), Monte Compatri (64,3%), Frascati (59,6%) e Rocca Priora (54%).

 

Ma la vera notizia delle primarie di Rocca di Papa sta in un altro dato, ed è questo che denota la fine di un ciclo politico iniziato con la vittoria di Crestini (avversario del Pd) alle elezioni amministrative del 2016. Su 12 membri del direttivo locale, hanno partecipato al voto soltanto in 3 (il segretario Litta, Nicola Pagliuca ed Ezio Panzironi). Dei restanti 9 dirigenti democratici non si è avuta notizia. Al pari delle assenze di Celentano in televisione, anche le assenze di alcuni esponenti di spicco hanno fatto più notizia rispetto a chi è andato a votare. Un nome fra tutti: Silvia Sciamplicotti. Ha disertato il voto pur essendo l’unica consigliera comunale del Pd. Anche il suo fedelissimo Andrea Croce non si è visto, malgrado ricopra il ruolo di dirigente provinciale del partito. Quindi, se nemmeno i dirigenti vanno a votare per eleggere il nuovo segretario nazionale, come si può pretendere che ci vadano i semplici iscritti? Se l’intento della Sciamplicotti era quello di «mi si nota di più se vado o se non ci vado», la sua scelta è stata sicuramente azzeccata.  

 

Un’altra assenza che pesa è quella di Linda Boccanera, anch’essa dirigente locale e membro dell’assemblea regionale del partito. Così come quella della ex segretaria cittadina, Raffaella Taggi: non pervenuta come la maggioranza del direttivo che quindi ha deciso di buttare a mare lo storico slogan della sinistra italiana: Libertà è partecipazione!

 

A questo punto il dato del voto è quasi insignificante, perché un direttivo che diserta le primarie si è sfiduciato da solo e quindi è incomprensibile come possa restare al suo posto. Ancora più incomprensibile è il fatto che nessuno ai livelli alti del partito abbia capito il grado di disfacimento a cui era arrivata la sezione roccheggiana, malgrado alcune azioni forti come le dimissioni dal direttivo un anno fa da parte di Maria Chiara Cecilia. A chi fa comodo un direttivo che nei fatti non esiste? Non certo al partito, né ai suoi iscritti. Chissà se ora, dopo questa auto-sfiducia dei dirigenti, qualcuno deciderà di intervenire ripristinando le funzionalità minime che un partito dovrebbe avere per aspirare a governare il paese. Vedremo.

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